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La bicicletta nella storia

 
Luciano Berruti con una riproduzione del Biciclo Mayer 1874 

A duecento anni dall'invenzione della bicicletta (e dopo aver conosciuto tempi migliori) il nostro, amatissimo veicolo a due ruote sta ritrovando un posto nel complesso mosaico della mobilità urbana, ma anche extra-urbana. La sua storia, d'altronde, è quella di un oggetto di grande bellezza e funzionalità, capace di adottare con successo le novità tecnologiche più sofisticate e di proporsi come una delle poche alternative - almeno sino al giorno d'oggi - al traffico motorizzato.

Nella storia, la bicicletta ha migliorato le condizioni di vita e di lavoro di milioni di uomini e donne, consentendo loro di uscire dall'isolamento tipico del borgo, del "campanile" o della casa colonica. Pensiamo al significato che la bicicletta ha avuto per le masse di braccianti della pianura Padana, o per i pendolari della provincia impiegati nelle industrie della città. Si muovevano tutti presto, la mattina, magari con la nebbia che avvolgeva completamente i colori ed i contorni della campagna...
Si muovevano in bicicletta, a cominciare dal prete e dal maestro di scuola, il contadino, la mondina, fino al postino che solo ai giorni nostri, ma non ancora ovunque, sta cominciando ad utilizzare per i suoi spostamenti un mezzo motorizzato.

Agli inizi del Novecento una bicicletta costava l'equivalente di 10 centesimi di euro (le vecchie duecento lire) e si cantava "ma dove vai bellezza in bicicletta". Le due ruote, quindi, rappresentavano un simbolo di libertà e di affrancamento sociale, ma restavano soprattutto un valido strumento di aggregazione e di socialità. La bicicletta consentiva all'operaio di abitare a dieci o quindici chilometri dalla fabbrica, ed al contadino di raggiungere i campi senza dover bruciare preziose energie durante il tragitto, a volte reso ancora più duro dai pesanti attrezzi del mestiere.

Con la seconda guerra mondiale, la bicicletta divenne tra i pochissimi mezzi di trasporto sopravvissuti alla violenza dei bombardamenti: accompagnava la gente nella fuga dalle città, aiutava a trasportare qualche misero bottino alimentare, scivolava tra le ombre del coprifuoco, combatteva al fianco delle staffette partigiane. Poi, una volta avviato il processo di ricostruzione, il boom economico influenzò i gusti della gente nei confronti della bicicletta che, in breve tempo, fu rimpiazzata dai mezzi a motore.
In Italia c'era già chi scriveva libri di addio alla bicicletta quando poi, quasi all'improvviso, arrivò la famosa domenica 3 dicembre del 1973. Era scoppiata "l'austerità" e così, quasi come un rito che tanto assomiglia a quello proposto tutt'oggi dagli amministratori delle città italiane, le biciclette tornarono a fare capolino dalle cantine e dai solai.

Tra i tanti utilizzi che sono stati fatti della bicicletta ve n'è uno, molto curioso, che appartiene ormai ad un lontano passato. Si tratta del quadriciclo, cioè di un veicolo sospinto dalla forza di quattro persone, che all'inizio del Novecento comparve a Washington, in dotazione al dipartimento anti-incendio cittadino. Il comandante sedeva tra le ruote anteriori, mentre due pompieri si occupavano di pedalare, suonare l'immancabile campanella e reggere una lanterna durante gli interventi notturni. La stessa idea fu sfruttata poi dagli infermieri che, realizzando un mezzo costituito pressappoco da una coppia di biciclette unite al centro da una struttura di sostegno alla barella, "debuttarono" a Berlino nel 1898. Una volta appresi lo schema e l'estrema funzionalità di questo mezzo, fu il turno delle ferrovie tedesche, che elaborarono un veicolo dotato di cerchi in ferro, abilitato a viaggiare sui binari. In questo modo, il lavoro degli addetti alla manutenzione si faceva molto più semplice, meno faticoso e più redditizio.

La conquista della bicicletta anche da parte delle donne, verso la metà dell'Ottocento, contribuì a mutare le consolidate abitudini dell'epoca ed i rigidi canoni estetici. Fu così che alcune giovani signore ebbero l'ardire di inforcare le loro biciclette con tanto di calzoni da uomo, sicuramente più comodi dei pomposi vestiti femminili dell'epoca. I benpensanti non apprezzarono, chiamando in causa nientemeno che la salvaguardia della morale pubblica. Alcuni organi di stampa inglesi risposero prendendo una posizione favorevole all'uso di calzoncini, o di calzoni... purché sotto una gonna o un soprabito. Raccomandavano, inoltre, di scegliere il colore grigio, così che la ciclista risultasse il meno appariscente possibile. Un passo avanti verso la conquista della completa "emancipazione ciclistica" della donna venne, più avanti, dalle corse di ciclismo femminile e dalla progettazione di biciclette studiate sulle forme del gentil sesso.

Anche l'industria bellica, sempre pronta a sfruttare e sperimentare nuove soluzioni tecniche, scelse di utilizzare la bicicletta per alcuni suoi reparti. Talora giocò un ruolo non marginale nella storia degli eserciti e delle guerre, fin dal tempo dei velocipedi. Il primo esempio dell'uso delle due ruote a fini militari risale al 1851 quando, in Nuova Zelanda, le truppe inglesi andarono all'assalto del nemico in sella a velocipedi. Ufficialmente, però, il primato nell'adozione delle due ruote spetta all'esercito italiano, che fornì ad ogni reggimento di fanteria quattro veicoli destinati ai portaordini ed agli esploratori.

Rispetto alle draisine usate dagli inglesi, si trattava di mezzi più simili a quelli moderni, ulteriore conferma del fatto che i soldati italiani furono effettivamente i primi a servirsi di una regolare bicicletta. In seguito a queste prime esperienze, la bicicletta venne adottata da molti altri eserciti: perfino da quello tedesco, anche se gli ufficiali della cavalleria giudicavano questo mezzo non all'altezza del prestigio militare prussiano.

All'inizio del secolo, l'esercito italiano, dopo una serie di prove, decise di introdurre a tutti gli effetti la bicicletta all'interno di alcuni corpi specializzati come i bersaglieri, che divennero un tutt'uno con le loro biciclette dipinte in tonalità neutre e prive di elementi cromati, per essere invisibili dopo il tramonto e poco identificabili ad ogni ora del giorno.

Nello stesso periodo, anche l'esercito americano iniziava ad assegnare compiti specifici ai suoi diversi battaglioni ciclisti ed a dotarli di differenti modelli di biciclette. Uno di questi, addirittura, era costituito da due bici assemblate in parallelo, tra le quali era fissato un piccolo cannone da  montagna.
All'esercito va attribuito il merito di avere inventato e realizzato anche il primo esemplare di bicicletta pieghevole che, durante la prima guerra, comparve al fianco (o meglio, sulle spalle) di alcuni reparti dell'esercito tedesco.

IN PROGRAMMA
03/10/2004
10.00 Gara in linea Uomini Elite; 9.00-20.00 Villaggio dei Mondiali; 18.00 Rainbow Party
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Paolo Bettini
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Ivan Basso
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20/09/2004
2002, Zolder: la squadra un esempio, Cipollini straordinario
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